DIARIO DI UN VIAGGIO NELL'ERG ORIENTALE

 

 

           di Valerio

                                       

 

 

Sveglia alle 6.30.

Devo andare a Pinerolo a prendere Piero, armi e bagagli perché alle 8 abbiamo appuntamento con Mario, lo chef e Gianluca. Ho dormito male, pensando a tutte le cose che ho già caricato sulla macchina e a tutto quello che probabilmente dimenticherò.

Alle 8.30 - mezzora di ritardo per una spesa dell'ultimo momento - incontro finalmente Gianluca, l'unico del gruppo che ancora non conoscevo. Mi ci trovo bene subito e la mia prima impressione e che sarà un buon compagno di viaggio. Altra mezzora di viaggio e, arrivati a casa mia, carichiamo le moto di Massimo, mio figlio, e di Stefano, neo-endurista la cui resistenza sulle due ruote crea qualche perplessità (peraltro dissipate non appena messe le ruote sulla sabbia!).

Non mi dilungo nel raccontare la barbosa attesa del traghetto a Genova (dove però ci incontriamo con gli ultimi due compagni di viaggio, Emo e Ricki) ne’ l'interminabile traversata di 23 ore che ci ha visti anche soffrire il mal di mare.

Dopo aver trascorso la prima notte tunisina ad Hammamet, iniziamo la trasferta su asfalto a Douz, interrotta solamente da una super mangiata di pesce che ci lascia boccheggianti fino a destinazione.

E' la terza volta che arrivo a Douz, ma ogni volta ne rimango più affascinato, non capisco perché... Sarà la luce? I colori? I profumi del palmeto? O forse é solo la suggestione di un luogo sognato per tutta la vita e finalmente raggiunto. E' la sensazione che si prova quando si arriva in un posto più o meno lontano, ma diverso dal proprio paese, in cui non ci si sente stranieri. bensì inaspettatamente a proprio agio. Forse ci sono già stato, mi dico. con i miei pensieri o attraverso la lettura di racconti molti anni fa.

Alle 3 del pomeriggio, una volta lasciati i bagagli e scaricatele moto, attraversiamo con ben 22 ruote un arco in muratura detto "Porta del Deserto". Diventiamo tutti bambini e giochiamo con i mezzi sulle piccole dune intorno a Douz, facciamo casino sulla sabbia con i sorrisi stampati sulla faccia, tanto spensierati da non renderci conto di essere finiti con le nostre ruote tassellate nientemeno che su un campo d'aviazione per ultraleggeri. Ci fermiamo a chiacchierare con il gestore, un signore di Cuneo che vive a Douz da dieci anni, e non restiamo stupiti quando ci dice che é perfettamente integrato e che per nulla al mondo tornerebbe in Italia. Stesse parole che sentiamo da un altro italiano conosciuto quattro giorni dopo, sempre a Douz, anche lui ormai trasferito definitivamente e gestore di un "maesam", una specie di agriturismo per i "malati di deserto", che vive organizzando viaggi nel sud tunisino e in Libia.

Siamo alla mattina del 28 marzo. Ci svegliano i cinguettii assordanti dei passeri del palmeto e dopo un'abbondante colazione, conosciamo le due guide. Sosta dal distributore e poi, finalmente, imbocchiamo la pista accompagnati da una leggera bufera di vento e sabbia che rende il paesaggio quasi nebbioso. Devo abituarmi alle moto che mi sfrecciano attorno, passano e spariscono nella foschia.

Sono un po' preoccupato, le cerco con lo sguardo in continuazione, ma la loro sicurezza alla fine mi tranquillizza un po'. Ci fermiamo per pranzo al Cafè du Parc, un recinto di foglie di palma secche, che costituisce una tappa obbligata e luoghi di ritrovo per i viaggiatori del deserto e in effetti proprio qui incontriamo due motard italiani in viaggio come noi, ma poco interessati a socializzare. Il nostro entusiasmo comunque non cala e, anzi, condisce il nostro pranzo, che si mischia con la sabbia portata dal vento ( e con il vino portato da Piero!).

Dopo un dissetante the alla menta, ripartiamo, destinazione Tembaine, e, mentre costeggiamo la recinzione del Parco delle Gazzelle, perdiamo Gianluca. Lo ritroviamo poco dopo. senza benzina. Problema subito risolto. Finalmente ci troviamo di fronte alla prima serie di dune un po' più impegnative, che durante lo scorso viaggio ci avevano creato qualche problema, ma questa volta le superiamo con estrema facilità ( anche perchè la sabbia é molto compatta) e ci fermiamo ai piedi dell'altura. Ci arrampichiamo a piedi per godere, una volta arrivati in cima, di una vista davvero impareggiabile, solo un po' disturbata dalla presenza del campo tendato permanente Camp Mars, che si intravede in lontananza.

Piero saltella qua e là come un camoscio e ci lascia indietro, ma alla fine tutti quanti raggiungiamo il campo, che intanto le guide hanno approntato, per i soliti riti di manutenzione dei mezzi e per la cena (2/3 di cuscus e uno di deserto nel piatto!). La notte trascorre magica e silenziosa e la mattina dopo, sotto un ciclo un po' grigio, facciamo colazione a base di pain de sable e the alla menta. L'atmosfera é vivace e laboriosa -lotte all'ultimo sangue con le tende Four Seconds che mai e poi mai rientreranno nelle sacche- e siamo di nuovo pronti a partire. Ma succede proprio quello che temevo fin dall'inizio: perdiamo i tre motociclisti. Ci dividiamo, qualcuno resta fermo, qualcun'altro torna indietro.

Ansia! Per fortuna, dopo una mezz'oretta un po' agitata e decisamente adrenalinica, riusciamo a ritrovarci tutti quanti. Benissimo, ma subito mi tornano in mente gli avvertimenti letti e riletti che raccomandano prudenza e circospezione nel deserto, dato che anche un minimo incidente può mettere a repentaglio la nostra sicurezza, in quanto si é difficilmente visibili da eventuali soccorritori. Sento un piccolo brivido. 

Il paesaggio, proseguendo, non manca di incantarmi e stupirmi, variando curiosamente ogni volta che attraversiamo i cordoni di dune, e assumendo colori diversi. I radi cespugli, rinverditi dopo le recenti piogge, cambiano nettamente da una piana all'altra e tra essi scorgiamo talvolta qualche dromedario o qualche pecora. Ma di chi sono questi animali? Crediamo di essere soli in mezzo alla sabbia, nel nostro campo a Dekanis, ma dopo poco vediamo arrivare, nell'ordine, un somaro, due bambini, tre tuareg e un gregge di pecore.

I tre tuareg rimarranno con noi tutta la sera: parlano lato fitto con le guide e da queste scopriamo di avere di fronte tre pastori algerini, che hanno avuto il permesso dal governo per portare i loro animali in Tunisia. Con i tuareg intorno al fuoco, l'asinello, i lampi in lontananza, il campo sembra un quadro di Pasini, in cui si mischiano colori e magia. Peccato che durante la notte il quadro di Pasini si trasformi in un campeggio sfortunato con tuoni e pioggia battente, che naturalmente mi entra nella tenda, dato che ha la cerniera rotta.

La mattina dopo mi trovano seduto in macchina che ronfo. C'est l'Afrique!

Terzo giorno: l'emozione di arrivare ai pozzi della piana di El Mida, con i suoi dromedari impastoiati e i pastori, intenti a mettere l'acqua in vecchie camere d'aria di camion, che come al solito parlano fitto tra loro. Foto, filmati, ma che cosa penseranno mai di noi? magari che con i nostri comodi macchinoni veniamo qui, magari a sconvolgere la loro tranquilla vita di sempre? Ovviamente il rispetto per la terra che ci ospita e per la sua gente é il minimo da parte nostra.

Purtroppo non é sempre così, infatti nei giorni seguenti ci é capitato di incontrare gruppi di fuoristradisti caratterizzati da un atteggiamento di sufficienza e a dir poco spavaldo, nei confronti della terra tunisina. Torniamo a parlare della nostra avventura che continua, il giorno seguente, a Ksar Ghilane, dove dopo il bagno rituale nella famosa pozza, ricominciamo a fare i ragazzini sulle dunette intorno all'oasi. In due ci piantiamo, uno dopo l'altro, e intanto tra le palme dell'oasi si forma un bel gruppetto di turisti, con sedie, cani e macchine fotografiche, che attirati dalle nostre "splendide" performance si godono lo spettacolo. Un'ora di lavoro per disinsabbiarci e alla fine, come premio, riceviamo l'applauso del nostro pubblico. Siamo venuti fin qui anche per questo, no?

La sera ci rifocilliamo con una cena luculliana al campo tendato di Zmela Labrissa variazione di programma dovuta alla forte probabilità di pioggia, ma che per fortuna si é poi rivelata priva di fondamento.

La mattina dopo, diretta tra le dune verso il Fortino, con le tre moto che sfrecciano sgommando: ci gustiamo con serena avidità le ultime gocce di questo divertimento tanto atteso. Si torna a Douz nel primo pomeriggio.

Il viaggio di ritorno è normale routine, ma degna di nota è la nostra sosta in una specie di trattoria per camionisti, dove per pochi euro mangiamo degli spiedini di agnello fantastici, accompagnati dalla immancabile e piccantissima "harissa", una salsa a base di peperoncini. Cerchiamo di nascondere un velo di malinconia, che accompagna sempre la fine di un bel viaggio. programmando già per l'anno prossimo un probabile tour in Libia, in cui nessuno di noi, a parte Mario, é ancora stato.